Prima dell’arrivo di Batman targato Rocksteady nell’ormai lontano 2009, Il segmento dei tie-in non era mai stato in grado di proporre qualcosa di realmente interessante verso chi è cresciuto a pane e videogame. La qualità delle trasposizioni videoludiche di opere nate e divenute famose in altri settori (come comics e cinema) è sempre stata inferiore ai titoli partoriti ad hoc dai maggiori publisher di videogame ma, proprio grazie a Rocksteady, qualcosa è cambiato. Dal 2009 in poi gli investimenti sono aumentati, portando i tie-in da semplici titoletti casual per promuovere una nuova pellicola cinematografica, a veri e propri brand di punta dell’industria videoludica. Dopo il recente Marvel’s Spider-Man, che ha appunto ottenuto apprezzamenti da critica e pubblico, tocca a Kenshiro tenere alta la bandiera dei tie-in, ed in particolare a Ryu Ga Gotoku Studio provare ad alzare il livello di qualità della serie Fist of the North Star, arrivato già alla terza iterazione dopo 2 capitoli non particolarmente entusiasmanti.

Fist of the North Star Lost Paradise – Recensione

Binario parallelo

Lost Paradise parte con i migliori presupposti, e forse è questa la chiave della buona qualità del titolo: il team di sviluppo. Ryu Ga Gotoku Studio è la squadra dietro la fortunata serie Yakuza, e tanto basta per garantire a Hokuto no Ken una grossa rivincita videoludica, con la licenza di riscrivere trama e motivazioni della serie originale. Lost Paradise, infatti, propone una sorta di storyline parallela al manga e all’anime, configurandosi come un titolo dal background adatto anche a chi non conosce per niente Kenshiro. Lo sfondo di un’umanità piegata e di un contesto post-apocalittico è rimasto, come anche tutti i personaggi principali della saga. Lost Paradise parte dal rapimento di Yuria ad opera di Shin, costringendo Kenshiro a rincorrere la sua metà nella desolazione di una civiltà umana ormai corrotta, violenta e sull’orlo della più totale perdizione.

Benchè ai cultori del manga questa licenza creativa possa dare inizialmente fastidio, dal mio punto di vista credo che buona parte del pubblico apprezzerà la scelta del team di sviluppo di slegarsi da vicende già conosciute per proporre qualcosa di nuovo anche agli occhi di chi è cresciuto con Kenshiro. D’altronde, il segmento tie-in vuole finalmente slegarsi dai noiosi obiettivi commerciali di fondo, come la promozione di una nuova pellicola – che, appunto, ha portato alla nascita di questo titolo. Il viaggio verso Eden, la città in cui si sviluppano le vicende, racconta quindi un qualcosa di nuovo che mette in contrasto l’idea rincorrere un ambiente paradisiaco  – l’Eden, appunto – con la realtà del contesto, in rovina e privo di alcun valore.

Amuleti per Ken

Il cuore dell’opera è, come prevedibile, il sistema di combattimento. Lost Paradise propone una serie di scontri contro i predoni intervallati da qualche scena di intermezzo che prova a giustificare calci e pugni con ogni mezzo. Mutuata in buona parte dalle meccaniche proposte in Yakuza, la produzione fa uso di un combat system molto vicino a quello di Kiryu, dotato di una base hack’n’slash personalizzabile secondo le abilità sbloccate nella progressione del personaggio. Il plus dato dal brand Kenshiro porta i combattimenti ad un livello superiore grazie alla mossa finale derivata dalle tecniche segrete della scuola Hokuto Shinken. La “finishing move”, scelta casualmente e dipendente dal contesto, riprende le animazioni dell’anime, provocando l’esplosione del nemico dopo una serie di QTE da non fallire in cui brillano, per tecnica ed efficacia espressiva, la figura di Kenshiro e l’anima del manga.

Per fronteggiare la ripetitività di fondo, a suo modo marchio di fabbrica della serie, in Lost Paradise è presente un buon sistema di personalizzazione dell’equipaggiamento, che vede Kenshiro prestarsi nella realizzazione di amuleti in grado di apportare un determinato beneficio in termini di danni, difesa o esperienza, un po’ come avviene nei moderni hack’n’slash con elementi ruolistici. In più, l’utente avrà modo di apprendere nuove tecniche completando missioni facoltative o attraverso training. A questo punto, l’esplorazione della mappa si rende necessaria per approfondire le meccaniche di equipaggiamento e crescita del personaggio: in tal senso, se il girovagare nell’ambiente di gioco non fa per voi, troverete interessanti i vari mezzi con cui spostarvi con facilità, atti a ridurre i tempi morti tra le quest e le varie attività.

Il vasto ventaglio di attività secondarie presenti in Fist of the North Star: Lost Paradise è ripreso, nelle idee e in parte nelle meccaniche, dalle ultime uscite della serie Yakuza. Tuttavia, vuoi per il cambio radicale di contesto, vuoi per le differenze tra i due protagonisti delle rispettive serie, se le attività facoltative fuori dalla malavita funzionano a gonfie vele per Kazuma Kiryu, lo stesso non si può dire per quanto proposto con Ken, incapace di trovare una giusta attività fuori dal perimetro naturale in cui si è sempre mosso tra manga e anime. Anche per questo ciò che funziona meglio è la possibilità di interagire con contratti per mettere alle corde predoni su cui pende una taglia, mentre il resto, dopo aver strappato un sorriso, non riesce a giustificare una seconda run.

Il grezzo Eden

I punti di contatto con la serie Yakuza sono molti, come anticipato, e questi vanno anche ad impattare la longevità: tra storyline, sottoquest e attività secondarie, il gioco è capace di intrattenere per oltre 30 ore, anche se una buona decina di queste starà tutta nell’interesse dell’utente verso i contenuti opzionali. Se in termini di sceneggiatura il team di sviluppo ha deciso di puntare sulla propria vena creativa, dal punto di vista tecnico Lost Paradise rimane assolutamente fedele al manga. Come già evidenziato nella disamina del combat system, le animazioni e le abilità riprendono quanto già apprezzato nell’opera originale, per un risultato assolutamente entusiasmante. Ciò è dovuto anche al buon lavoro tecnico svolto sul titolo, nonostante l’utilizzo della versione meno recente del motore grafico. Ciò ha portato anche ad elaborare una vista d’insieme meno curata rispetto alle ultime uscite di Kiryu, sia in termini di modellazione poligonale, sia per quanto riguarda aspetti di contorno come ombre, illuminazione e livello di dettaglio generale tra le location. Rispetto alla libertà proposta attualmente da opere simili, Fist of the North Star: Lost Paradise è ancora troppo puntellato di caricamenti qua e là, e di un framerate che potrebbe essere più stabile vista la qualità generale del comparto tecnico.

Tradendo un po’ la tradizione Ryu Ga Gotoku Studio, in termini sonori il titolo si attesta su un livello qualitativo non entusiasmante. Il consiglio, come sempre in questi casi, è di premiare il doppiaggio originale, capace di proporre una vena recitativa più interessante di quella inglese. Anche la soundtrack che accompagna il videogiocatore non incanta: è buona, ma non ai livelli delle ultime uscite Yakuza.

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VALUTAZIONE
7,5
Commento finale
Con Lost Paradise, la saga Fist of the North Star prova a sterzare, e lo fa nel modo migliore. Il passaggio di consegna in termini di sviluppo ha già fatto vedere tangibili novità, nonostante una sola iterazione. L’opera di Ryu Ga Gotoku Studio non sarà originalissima per i fan di Yakuza, ma per il personaggio Kenshiro lo è di sicuro. Il titolo riesce a tributare il giusto ad uno dei protagonisti più carismatici dei ragazzi cresciuti negli anni ’80 e ’90, che grazie all’inedita storia raccontata in Lost Paradise saprà meno di “già visto e già sentito”. I punti deboli non mancano, certo, da ricondursi soprattutto al comparto tecnico e alla scarsa presa del 90% delle attività secondarie, ma è da qui che si deve ripartire.
PRO
Licenza ben sfruttata in termini narrativi e di combat system
Ottima longevità
CONTRO
Attività secondarie poco appassionanti