A sei anni di distanza dall’ultimo capitolo della saga, ecco sbarcare in Europa – con leggero ritardo rispetto al Giappone – l’undicesima iterazione di Dragon Quest, intitolata Echi di un’era perduta. Per gli amanti della serie un’occasione imperdibile per calarsi nuovamente nel magico mondo disegnato da Akira Toriyama, una garanzia, mentre per i videogiocatori abituati alle console di nuova generazione si tratta di una vera e propria opportunità inedita. Vale la pena addentrarsi in questa avventura? Scopriamolo insieme. 

Dragon Quest XI – Echi di un’era perduta – Recensione

Il prescelto

Come tutti i JRPG più conosciuti, Dragon Quest è uno di quei titoli tanto lunghi quanto intriganti, capaci di catturare l’attenzione dell’utente attraverso una serie di aspetti riusciti come la sceneggiatura, solitamente profonda ed emozionante, e le possibilità offerte dal gameplay. Echi di un’era perduta non si discosta da queste aspettative, ma a differenza di molti competitor configura buona parte del suo successo nei fanciulli protagonisti, proposti sempre con un’anima genuina e sognante. Come spesso accade nei videogiochi, il protagonista dell’avventura è un diretto discendente di un mito, nel caso specifico il Lucente, che le leggende descrivono come l’uomo che salvò Erdrea dal Male. Ma prima di arrivarci, Dragon Quest XI ci racconta la storia di un ragazzino normalissimo, cresciuto in un villaggio abitato da quei personaggi gentili e disponibili menzionati poc’anzi, e allontanato dall’abbraccio della madre quando ancora infante durante un assalto delle forze nemiche. L’incipit della storia non è certamente inedito per il genere, così come i punti di vantaggio del pacchetto, che saprà regalarci durante l’avventura dei personaggi curati e profondi, con una propria storia da raccontare e tante battute da ricordare. Ovviamente il ventaglio di coprotagonisti è tanto ampio quanto variegato, con un mix di profili caratteriali talvolta troppo stereotipizzati, ma funzionali all’avventura.

Tutti per uno

Dragon Quest XI è il classico esempio concreto del detto “squadra che vince non si cambia”: se vi aspettavate novità dal titolo, rimarrete delusi – sia sotto l’aspetto di gameplay che dal punto di vista del level design. Partendo dal combat system, ad eccezione della modalità Pimpante non vi sono altre novità: rimane il classico sistema a turni con la possibilità di non ingaggiare un nemico, ben visibile sullo schermo, e tutte le azioni a disposizione sono quelle tipiche del genere, includendo attacchi diretti, oggetti/pozioni e le immancabili magie. L’intelligenza artificiale dei nemici e degli altri membri del party segue pattern già visti e prevedibili, ma non per questo poco riusciti: ognuno, insomma, prova a fare del suo meglio per prevalere sull’altro. Chi apprezza questo genere di combat system così statico ma immortale, non avrà dunque di che lamentarsi; al contrario, chi immaginava un sistema di combattimento più fresco e malleabile avrà dalla sua solo la modalità Pimpante, una mossa temporanea mutuata da Final Fantasy XV con la quale è possibile sferrare un attacco più potente del normale sia in solitaria che con la collaborazione di un membro del party. Esistono, poi, le classiche sfaccettature da gioco di ruolo, che vi porteranno a comporre il team in base alla vostra propensione in battaglia: chi ama avere le spalle protette da un curatore potrà farlo, mentre chi preferisce l’approccio diretto e sferrare quanti più danni in poco tempo, avrà ovviamente preziosi alleati dalla propria. Totalmente inutile, infine, la possibilità di muovere i personaggi all’interno dell’area di combattimento: il posizionamento del party non incide per nulla nè sull’efficacia degli attacchi, nè sulle stats, che invece dipendono dall’equipaggiamento.

In sella per Erdrea

Il debutto su una console di nuova generazione non ha portato all’interno della saga una rivisitazione della struttura di gameplay e di level design. Echi di un’era perduta non si discosta infatti da quanto già visto – e apprezzato – sulle vecchie console, ma qualche novità atta a rinfrescare un po’ la fruizione dei contenuti, c’è. Su tutte, la cavalcatura, promossa dalla campagna pubblicitaria che ha preceduto l’uscita dell gioco: Dragon Quest XI sfrutta interessanti espedienti per esplorare in lungo e in largo le mappe, in sella al vostro puledro, che di volta in volta potremo visitare durante l’arco dell’avventura, anche se pad alla mano ci saremmo aspettati novità più profonde rispetto a quelle realmente introdotte. Echi di un’era perduta propone mappe più grandi rispetto al passato, ma non così evolute e verticali come vuole la nuova generazione; l’evoluzione della trama resta ancorata a specifiche sezioni “sbloccabili” dopo un tot di quest principali, ciascuna delle quali contraddistinta da una città e un altro paio di punti di interesse.

L’esplorazione del mondo segue comunque i classici canoni del genere, spaziando dal ciclo giorno-notte, che influenza i nemici incontrati, a una serie impressionante di collezionabili e oggetti sbloccabili durante l’avventura. Immancabili elementi come il teletrasporto, per spostarsi velocemente nei punti di interesse, e gli accampamenti, utili per salvare, rigenerare alcune statistiche e fare un po’ di shopping. Anche l’evoluzione dei personaggi resta canonica, con punti esperienza racimolati durante l’avventura e punti abilità da spendere nelle ramificazioni delle skill, diverse per ogni personaggio. Se tutto ciò vi sembrerà fin troppo classico, allora potrete interagire con la modalità Missione Estrema, tramite cui giocare il titolo ad un livello di difficoltà maggiore e personalizzata in base a specifiche opzioni.

Un mondo magico

Il vero vantaggio ottenuto dal passaggio su console di nuova generazione è relativo alla possibilità di sfruttare un motore grafico più potente e profondo, in grado di non porre veri e propri limiti al comparto grafico. D’altronde, quello di Dragon Quest XI è un mondo di gioco mutuato dal cel shading e in stile anime, sotto il robusto Unreal Engine 4, che ha permesso a designer e animatori di riprodurre scene ben disegnate e riuscite. Come detto, il mondo di gioco è pervaso dalla tipica magia fanciullesca trasmessa da Toriyama, ed è ricco di colori e forme morbide che rendono piacevole l’esplorazione per tutta la durata dell’avventura, che si attesta attorno alle 50-60 ore di gioco. Col rischio di ripetersi nei commenti, anche Dragon Quest XI presenta un comparto sonoro contraddistinto dalle solite luci, e dalle solite ombre. La colonna sonora, diretta da Koichi Sugiyama, è il punto di forza di un pacchetto audio che trova nel doppiaggio la componente più debole, piatta e incapace di regalare emozioni come invece riesce a produrre la soundtrack, non soltanto nelle fasi più importanti della narrazione. Mettendo insieme il character design di Toriyama e la buona colonna sonora, Echi di un’era perduta restituisce in definitiva una buona prestazione dal punto di vista tecnico.

Ulteriori informazioni

Per rimanere aggiornato sulle ultime novità, continua a seguire la rete Social di Nextgentech.it, tramite i canali Facebook, Twitter, Youtube e Google+.


VALUTAZIONE
8,0
Commento finale
Attesissimo, e forse per questo troppo carico di aspettative, Echi di un’era perduta mantiene le attese dei fan della saga e del genere, proponendo un’avventura del tutto priva di rischi. Condivido in parte la volontà di Square Enix di rimanere ancorata alle certezze della serie, ma qualche elemento di novità in più avrebbe certamente giovato all’avventura. Ai titoli di coda, comunque, poco importa se il combat system non è evoluto realmente, e se l’esplorazione non è poi così libera come immaginato. L’importante è ritrovarsi tra le mani un gioco splendido, un’avventura emozionante tra creature fantastiche e personaggi da ricordare, e Dragon Quest XI riesce nell’intento.
PRO
Character design riuscitissimo
Longevo e denso di contenuti
CONTRO
Poche novità