Per risalire alle prime tracce di Kingdom Come: Deliverance è necessario tornare a quasi 4 anni fa, quando a fine gennaio 2014 Warhorse Studios stupì il mondo videoludico con una reveal trailer dal fortissimo impatto. Quel filmato portava con sè diversi aspetti entusiasmanti, che lanciarono in modo esponenziale la campagna Kickstarter legata alla realizzazione del titolo. Da un lato, infatti, Warhorse presentava un progetto ambizioso e con un forte comparto tecnico; dall’altra parte, l’ambientazione e quel breve scorcio di giocato completavano il quadro esaltante di un’opera che sembrava emanare già da allora un fortissimo spirito. E dopo 4 anni da quella esaltante raccolta fondi, il titolo è finalmente sbarcato sul mercato videoludico pronto a lasciarsi giocare.

Kingdom Come: Deliverance- Recensione

Quotidianità a tutto tondo

Dimenticate i potentissimi eroi carismatici che avete avuto la fortuna di impersonare con i vari action GDR degli ultimi anni. In Kingdom Come: Deliverance saremo costretti a partire dagli onesti bassifondi, dall’ultimo pezzo della gerarchia sociale della Boemia del Quattrocento. Il protagonista dell’avventura è infatti Henry, giovane figlio di un fabbro della città di Skalica, tipico ragazzotto in preda agli ormoni e all’alcol. Senza voler anticipare troppo della storia principale, sappiate solo che Henry non sarà scelto come il salvatore della patria, nè si scoprirà essere un discendente di una famiglia reale dopo pochi minuti di gioco. Al contrario. Il ragazzo riuscirà a salvare la pelle a seguito di un’invasione di Skalica grazie all’aiuto di una manciata di persone e, trovatosi nel bel mezzo della guerra civile di Boemia, vi parteciperà senza indugio grazie agli insegnamenti di Ser Radzig.

Kingdom Come: Deliverance non vuole proporsi come un action GDR medievale mutuato da Skyrim ma, sebbene i punti di contatto con l’opera Bethesda siano parecchi – in special modo riguardo la progressione del personaggio – tende a configurarsi come un titolo che intende raccontare la storia e la cultura dell’epoca trattata. Pertanto, tutto ciò che ruota alla vita di Henry è presentato all’utente con cognizione di causa e precisione, senza tralasciare dettagli importanti nè a livello funzionale nè in termini artistici. Ad esempio, il team di sviluppo ha già dichiarato che è possibile terminare Kingdom Come: Deliverance senza uccidere alcun nemico, di per sè un aspetto assolutamente originale per un action GDR, se non quasi incoerente per un videogioco di questo ambito. Come fare, quindi, ad evitare di sfoderare la spada?

Beh, Warhorse ha deciso di investire molto nelle soft skill del protagonista, puntando decisi su aspetti come eloquenza, presentazione e reputazione. Ogni missione, infatti, prevede deteminati step tra loro correlati che, ovviamente, hanno impatti sulle azioni future. Portare a termine uno step mantenendo un clima tranquillo consentirà ad Henry di portare a casa il maggior risultato col minimo sforzo mantenendo una buona reputazione verso gli altri. Già perchè “gli altri” in Kingdom Come: Deliverance svolgono un ruolo importantissimo, perchè avranno il compito di far rigare dritto il videogiocatore in determinati comportamenti che, se trascurati, avranno impatti negativi sull’andamento delle missioni principali e secondarie. L’utente non dovrà ignorare aspetti quasi mai importanti nei videogiocatori come la pulizia, l’onestà e l’educazione: ad esempio, andare in giro con i vestiti sporchi di sangue porterà un velo di diffidenza verso il prossimo, così come rischiare di farsi beccare con merce rubata non darà una bella immagine di Henry, tanto verso i nobili quanto verso il resto degli onesti cittadini del borgo. Buona parte dell’atteggiamento dei personaggi sarà dunque influenzato da aspetti ritenuti finora marginali, come in una sorta di biglietto da visita del proprio personaggio da tenere pulito e profumato in qualsiasi occasione.

D’altro canto, Warhorse ha fatto di tutto per dare ad Henry una vita virtuale quanto più vicina alle usanze dell’epoca, puntando su altre soft skill che finora ho trascurato come l’effetto dell’alcol, che avrà impatti positivi sulla parlantina del ragazzo. Curare queste abilità passive risulterà molto importante nel corso dell’avventura, dunque per ottenere maggiori benefici sarà fondamentale entrare nel personaggio: non trascurare aspetti come la cultura o le capacità espressive porterà il videogiocatore a cavarsela in più di una circostanza, plasmando l’avventura secondo le proprie attitudini comportamentali. Anche prestare attenzione all’alimentazione di Henry avrà degli effetti positivi o negativi a seconda di come ci si comporterà durante il gioco: assumere cibo cattivo o mangiare troppo non farà bene al giovane, ma seguire un buon regime alimentare gli conferirà dei bonus.

Come facilmente intuibile arrivati a questo punto dell’articolo, Kingdom Come: Deliverance è un gioco che invita alla calma e ad esplorare con pazienza tanto l’ambientazione quanto le numerose variabili chiamate in causa. Non a caso, come insegna il genere l’evolvere della storia principale, e in generale del gioco, è molto lento, e curare ogni aspetto del proprio personaggio contribuisce in maniera decisiva a calarsi nei panni del giovane Henry. Le quest secondarie non sono sempre progettate per arrivare a rivolte contro qualcuno o qualcosa, ma tendono a raccontare la vita di tutti i giorni e le vicende, anche divertenti, in cui si ritrova il buon Henry. Spesso le quest assumono carattere ironico e scanzonato, e non dei banali compiti da portare a termine da un punto A a un punto B come avviene per la stragrande maggioranza dei titoli simili. Per questo, è facile appassionarsi ad una quest secondaria e ai personaggi coinvolti, ipotizzandone le dinamiche e guidandone gli eventi. Non mancano chiaramente le quest di raccolta e di esplorazione, che invitano il giocatore a parlare con diversi personaggi o a camminare in un lungo e in largo per la mappa, ma si tratta di un aspetto talmente ancorato al genere che ormai è da prendere come assunto.

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VALUTAZIONE
8
Commento finale
Kingdom Come: Deliverance è un titolo non così facile da gestire, e in grado di prendere in contropiede anche gli utenti più esperti. Molte dinamiche di gioco sono pensate per non venire incontro al videogiocatore, cercando di aumentare il numero di volte in cui è necessario calarsi nei panni del protagonista per godere appieno dell’avventura. Ad esempio, evitare di allungare la mano per rubare la merce, se possibile, ed evitare di lanciarsi in combattimento in inferiorità numerica. Le variabili da considerare sono assai diverse da quelle tipiche del genere, e se da un lato abbiamo la fortuna di apprezzarne la puntuale integrazione con il gameplay, dall’altro i tanti difetti tecnici vanno a penalizzare spesso in maniera determinante l’esperienza di gioco.
PRO
Ottima riproduzione del XV Secolo
Quest interessanti
Attenzione per i dettagli
CONTRO
Diversi problemi tecnici