Lost Sphear è il secondo titolo con cui Tokyo RPG Factory cerca di spostare indietro le lancette del tempo per riportarci nell’epoca dorata dei JRPG. Trattandosi di un seguito spirituale di I Am Setsuna, che a sua volta traeva ispirazione da Chrono Trigger e Final Fantasy, le fondamenta di gioco sono comuni ma con qualche accorgimento e miglioria nel gameplay che rendono Lost Sphear un titolo che omaggia il passato ma non vi ci resta ancorato, tuttavia in qualche occasione inciampa su luoghi comuni ormai ben conosciuti.

Lost Sphear – Recensione

Alla ricerca di ciò che è perduto

Un re combatte strenuamente la sua ultima battaglia. Del suo esercito non restano che cadaveri e solo il suo estremo atto di coraggio permette di respingere l’offensiva delle macchine nemiche. All’improvviso una luce bianca inghiotte tutto e quella che sembrava una vivida scena di combattimento altro non è che un sogno… o almeno è quello che il gioco ci porta a pensare nella prima mezz’ora di gioco. Ben presto Kanata, il protagonista, e la sua cricca di amici vengono coinvolti in strane sparizioni.

Intere città, luoghi, cose e persone svaniscono inspiegabilmente sotto una luce bianca. Senza aver chiaro come e perché, Kanata, scopre di avere un legame con questo fenomeno e grazie a ricordi e memorie raccolte sia in combattimento che fuori da esso può ridare vita a ciò che sembrava ormai del tutto perduto.

La centralità dei ricordi perduti e ritrovati è tale da far sì che ogni azione di gioco importante sia legata al recupero di memorie e alla loro successiva infusione all’interno delle indistinte macchie bianche che ricoprono i punti di interesse. Durante alcuni dialoghi, o leggendo scritte e testi, alcune parole saranno evidenziate in blu. Quel verso racchiude una memoria e si potrà prelevare premendo il tasto “quadrato”.

In altre situazioni basterà raccogliere le pietruzze scintillanti che appaiono davanti ai nostri occhi, mentre nei casi più delicati bisognerà combattere contro mostri. Più grandi saranno, più grande sarà l’effetto e l’area di risveglio del nostro potere.

La pervasività di questo sistema si estende dalla trama al combattimento, con l’interessante aggiunta di punti perduti nelle terre del mondo di gioco, i quali indicano la possibilità di edificare artefatti. Queste strutture fanno guadagnare dei potenziamenti durante gli scontri quando si rispettano determinate condizioni o ci aiutano meglio nell’esplorazione garantendoci ad esempio la possibilità di vedere la mini-mappa dei continenti.

Questa apprezzabile componente aggiunge un livello di strategia e, dato il numero piuttosto elevato di artefatti tra cui scegliere, non manca la libertà di personalizzazione del ventaglio di buff a disposizione per provare a rendere gli scontri più agevoli.

Il giusto Momentum

A differenza di altri giochi di ruolo dove non si può mai rinunciare a immancabili sessioni di grinding, in Lost Sphear non è così accentuato, e più che affannarsi per raggiungere qualche livello in più diventano fondamentali le abilità e i potenziamenti che ciascun componente del party mette a disposizione. Equipaggiando Spritnite i personaggi acquisiscono abilità delle più varie: da attacchi elementali a magie di cura, ognuna diversa dall’altra e con la propria area d’effetto. Ancora una volta tornano utili le memorie, senza le quali non è possibile acquistare Spritnite.

Su questa base si innesta un’altra importantissima meccanica: il Momentum. Ogni membro del party è rappresentato da un ritratto nella parte inferiore dello schermo e quando il Momentum sarà carico, una sfera blu è visibile proprio accanto l’avatar del personaggio. Raggiunta almeno una carica si potrà attivare il Momentum premendo “quadrato” col giusto tempismo quando vediamo un cerchio blu luminoso espandersi intorno a noi.

Spendendo almeno un punto possiamo quindi decidere di effettuare un attacco normale extra o, a seconda dei punti di attivazione richiesti, sfruttarlo per attivare i bonus equipaggiati alle abilità. Più si utilizzano i Momentum Spritnite più c’è la possibilità di ottenere un effetto sublimazione che incrementa i bonus passivi. Capire, quindi, qual è la combinazione più giusta per il nostro stile di gioco è in grado di regalare molte soddisfazioni. Padroneggiare al meglio i concetti di Spritnite e Momentum fa ben comprendere la natura più strategica del titolo, e a dirla tutta, nel corso dell’avventura abbiamo più volte desiderato che Tokyo RPG Factory in futuro prenda in considerazione l’idea di dar vita a un vero JRPG tattico.

Più avanti nel gioco otterremo anche delle Vulcosuit, veri e propri mech nei quali entrare e dar sfogo ad attacchi ancora più devastanti sia in combinazione con altri compagni che da soli. Il loro potere si rivela utile anche fuori dal campo di battaglia, grazie alla forza di un loro semplice pugno si possono distruggere gli enormi massi che bloccano il nostro cammino. Gli sviluppatori non hanno lasciato nulla al caso e ogni elemento aggiunto non è solo una trovata per darci più potere nelle mani ma si incastra bene anche nel contesto narrativo.

In quanto a movimento non siamo più bloccati in una posizione ma una volta che l’ATB si sarà caricata saremo liberi di muoverci per il campo cercando di piazzare i personaggi seguendo una nostra logica. Sebbene il terreno non offra ripari o elementi da sfruttare per ottenere vantaggi, il posizionamento è dettato dall’area di attacco delle abilità e delle armi equipaggiate. Diventa sensato muoversi in cerca dell’angolazione perfetta o del piazzamento millimetrico per attaccare più di un nemico con un solo colpo, infatti pur non apparendo spesso minacciosi capita di trovar mostri in quantità numerose.

Unendo ogni piccolo tassello si rivela un sistema di combattimento profondo, influenzato non solo dalle abilità e la potenza di attacco ma anche da bonus passivi ottenuti sia lottando che gestendo la costruzione di artefatti. È possibile incidere in maniera ancor più significativa, soprattutto prima di uno scontro con un boss, se si tiene anche conto dei buff ottenibili cibandosi di manicaretti cucinati da abili cuochi. Qui il nostro scopo sarà quello di raccogliere materie prime e consegnarle a chi di dovere, compito non sempre facile perché i prodotti sono tanti e sparsi per il mondo, ma con qualche piccolo accorgimento si può aumentare il numero di oggetti ottenibili.

Io non sono Setsuna

Le ambientazioni di Lost Sphear sono più grandi e varie di I Am Setsuna: si possono visitare diversi territori, città e luoghi caratteristici come rovine e montagne sacre, mentre il primo titolo di Tokyo RPG Factory era per lo più ambientato in territori innevati con predominanza di colori freddi e un’atmosfera più cupa e sommessa. La direzione artistica però è un po’ piatta e gli stessi dungeon mancano di dettagli; meglio invece la caratterizzazione dei boss e degli scorci in cui è possibile puntare lo sguardo alla luna.

Anche sotto il profilo dei toni Lost Sphear prova a distaccarsi da I Am Setsuna, presentando un cast di personaggi tuttavia ben assortito (c’è chi spicca di più e chi resta un po’ nell’anonimato) e dotando le conversazioni di sprazzi di umorismo qua e là. Nonostante si notino dei miglioramenti soprattutto a livello del combat system, ciò che delude è una trama nettamente sottotono: procede di cliché in cliché e non sempre i dialoghi sanno coinvolgere, si allungano in discorsi riempitivi e un po’ telefonati. Talvolta non aiuta neanche la colonna sonora, fin troppo ripetitiva.

Per una buona decina di ore veniamo rimbalzati da una richiesta di soccorso all’altra, alcune delle quali ci impegnano per molto tempo anche a causa del dover fare avanti e indietro tra un luogo e l’altro. Il gioco si riprende verso le fasi finali, quando finalmente tutti i pezzi lasciati in sospeso iniziano a ricomporsi.

Lost Sphear non è un gioco brutto, anzi si lascia ben giocare grazie a un sistema di combattimento soddisfacente e con un grado di personalizzazione elevato. Ciò che non è emersa in questa occasione è un’identità più marcata soprattutto sul fronte artistico e narrativo. Va bene omaggiare il passato, ma Tokyo RPG Factory ha tutte le carte in regola per trovare la sua dimensione senza aggrapparsi a convenzioni ormai superate.

Ulteriori informazioni

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VALUTAZIONE
7
Commento finale
Lost Sphear non è un titolo da buttare: ha solidità e coerenza tra gli elementi che lo compongono, costruendo sul recupero di memorie un intreccio che tiene legati storia e potenziamenti, purtroppo è un gioco che non riesce pienamente a mostrare tutte le sue qualità inciampando in alcuni stereotipi narrativi e non riuscendo a compensare sul fronte artistico. È un vero peccato perché le idee buone non mancano e il sistema di combattimento è in grado di regalare soddisfazioni se lo si cerca di approcciare in modo strategico.
PRO
Sistema di combattimento avvincente e strategico
Le memorie perdute non sono solo un espediente narrativo ma influenzano ogni elemento significativo di gioco
CONTRO
Narrazione sottotono
direzione artistica poco incisiva