Il sottogenere soulslike riveste soltanto in parte la struttura videoludica di Code Vein, action RPG di stampo prettamente orientale sviluppato da Shift, conosciuto dai più per la serie God Eater. È anche per la parziale ispirazione a Dark Souls che Code Vein è riuscito a ritagliarsi un ruolo importante nell’affollato mese ludico di settembre, facendosi spazio tra produzioni certamente più in vista. Il motivo è molto semplice: Code Vein si presenta come un titolo un po’ fuori dal coro, ispirato da un lato artistico molto caratteristico che ne fa un prodotto tutto da scoprire anche se si è amanti del genere, ma con diverse novità molto interessanti sotto il profilo della progressione del personaggio.

Code Vein – Recensione

Non è una vampire-story

L’impianto narrativo imbastito dagli sceneggiatori ruota attorno all’obbligo di ripartire da zero dopo una catastrofe che ha decimato l’umanità. Per riportare in vita la popolazione, gli scienziati hanno creato la figura del Redivivo, ex deceduti resuscitati grazie a un particolare parassita che si nutre di sangue umano. Facile intuire che questa piccola controindicazione porta i Redivivi ad allontanarsi sempre più da uno stato mentale umano, dirottandoli verso l’irrazionalità e il delirio irreversibile. Ben presto capiremo che in Code Vein vivremo una storia di tipico stampo orientale, contraddistinta da forti colpi di scena a tratti molto drammatici che metteranno in discussione la prospettiva del giusto e sbagliato propria del videogiocatore; in tal senso, i Redivivi giocheranno ovviamente un ruolo predominante, e non saranno quasi mai completamente nel torto, fatto salvo per gli antagonisti dichiarati del protagonista. Quest’ultimo, esso stesso un Redivivo, sarà il maggiore artefice dello spodestamento di Silva, l’auto-proclamata Regina della Terra, capace di mettere in riga i Redivivi grazie ad una fitta rete di spaccio delle ultime gocce di sangue rimaste, costringendo molti ad assumere il vischio, una particolare versione mutata della pianta con proprietà molto simili a quelle richieste dai Redivivi per evitare di cadere nella follia.

Insomma, la storia di Code Vein non è banale come quella di altri soulslike, videogame da sempre più indirizzati verso una forte struttura di gioco tralasciando la parte narrativa, ma con Shift il discorso cambia radicalmente. Ciò anche grazie alla forte influenza del mondo anime sul titolo, che di fatto ha garantito all’opera di poter contare su una sceneggiatura interessante e contraddistinta da episodi e risvolti per nulla banali, il tutto raccontato attraverso un motore grafico che strizza l’occhio ai disegnatori orientali.

Nel segno del codice sanguigno

Oltre alla forte caratterizzazione anime, Code Vein prova a distinguersi dall’opera di From Software attraverso un gameplay piuttosto peculiare, a cominciare dalla progressione del personaggio. L’alter ego del videogiocatore può infatti dotarsi del cosiddetto “Codice Sanguigno”, la trasposizione delle classi tradizionali in Code Vein. Tra i codici disponibili troviamo un po’ di tutto, dal guerriero più rude al personaggio abile con la magia, e ciascun codice è più incline, ovviamente, a sviluppare specifiche caratteristiche fisiche e di intelligenza/volontà – in tal senso segnalo l’impossibilità di assegnare manualmente i punti esperienza in fase di upgrade: il sistema è completamento automatico. Il motivo di questa scelta è riconducibile alla possibilità di poter cambiare in qualunque momento il Codice del protagonista, magari per esigenza – nel tempo ci si rende conto di possedere un personaggio sbilanciato o con lacune evidenti – magari solo per testare un’esperienza diversa. L’aspetto positivo di questa incredibile versatilità sta nel fatto che, cambiando Codice si ereditano i Doni accumulati fino a quel momento, ovvero le skill attive e passive che è possibile associare all’eroe, e grazie a questo espediente il videogiocatore è costantemente incentivato a provare nuove combinazioni e Codici. La profondità del sistema imbastito dal team di sviluppo è davvero importante, ed il fatto che non sia difficile recuperare nuovi Codici – alcuni derivano direttamente dalla storyline – rende le intenzioni del team di sviluppo ancora più chiare sulla loro intercambiabilità.

Tra le novità proposte da Code Vein c’è anche la gestione del combattimento e dell’esperienza accumulata fino a quel momento (che nell’opera Shift è chiamata Foschia). Per quanto riguarda il combat system, ad affiancare gli attacchi leggeri e pesanti, le schivate e le parate, c’è il “colpo di coda”, un particolare arto dei Redivivi che è possibile attivare quando si è dietro le spalle del nemico. Padroneggiare questo attacco si rende essenziale per limitare i game over, perché è una delle colonne portanti di tutto il sistema di combattimento di Code Vein, e negli scontri più semplici può davvero fare la differenza per non perdere troppo tempo e salute. Riguardo la Foschia, invece, a seguito di un game over si resusciterà nel vischio più vicino (il falò di Dark Souls) e potrete decidere di non andare a riprendere l’esperienza lasciata per strada e recuperarne solo la metà facendo un salto alle terme dell’area neutrale; si tratta di una facilitazione che in alcuni casi si rileva efficace (se già pensate di non riuscire a recuperare la Foschia) ma dall’altra è bene non affidarsi del tutto a questa feature, perché significa comunque buttare via il 50% dell’esperienza non stallata in upgrade, e che poteva essere utilizzata anche per potenziare l’equipaggiamento. Per finire con le novità per il genere, con Code Vein vi è l’introduzione di una barra dedicata alla concentrazione, che si riempie in base ai colpi ricevuti o schivati: entrando nello stato di concentrazione, il personaggio diventa più stabile e riesce con più semplicità a compromettere l’equilibrio del nemico.

Esposizione frazionata

Se del gameplay non ci si può affatto lamentare viste le numerose novità, l’esplorazione, al contrario, avrebbe potuto essere agevolata da un migliore level design delle mappe. Per replicare la diversificazione delle location propria dei Dark Souls, in Code Vein sono state previste diverse macro-aree molto diverse tra loro, collegate da zone transitorie protette da un boss. Il risultato finale è interessante da assaporare durante l’esperienza di gioco, ma globalmente ha poco senso: le aree non sono ben collegate morfologicamente, e nemmeno a voler interpretare il tutto in chiave fantasy si rimane pienamente soddisfatti della mappa. Bella ma confusa, insomma, né carne né pesce, molto old-style, quando non ci si preoccupava più di tanto di donare alla mappa alcunché di logico e coerente. Tutta l’esplorazione è infine coordinata da un’area neutrale e sicura, in cui trovano spazio molti elementi tipici dei giochi di ruolo come la presenza degli NPC primari (che contribuiscono alla storia e alle missioni) e secondari (principalmente mercanti). Il tutto sembra quindi essere stato concepito per fornire all’utente una mappa clusterizzata e ben definita in regioni e aree scollegate tra di loro. Una rappresentazione, come detto, che sa di un paio di generazioni fa, seppur funzionale e globalmente riuscita.

Menzione d’onore invece per i dungeon, che rappresentano forse l’aspetto più curato del level design, e che va a sostituire le ambientazioni labirintiche delle mappe di From Software. In Code Vein, l’escursione in grotte e cave dimenticate da tutti sarà all’ordine del giorno, così come la scoperta di vari segreti. Peccato che il riciclo di parte degli elementi comprometta un po’ quel senso di scoperta che altri soulslike riescono a garantire dall’inizio alla fine. Messi da parte i dungeon e la caratterizzazione dei personaggi, Code Vein non ha nel comparto tecnico il suo elemento più riuscito: al netto di qualche imprecisione concessa a tutti gli action RPG, e ad un’intelligenza artificiale a tratti scolastica, il numero di dettagli non è mai esagerato, come anche la pulizia delle texture e la vena artistica messa sul piatto per la realizzazione degli ambienti.

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VALUTAZIONE
8,0
Commento finale
Se è vero che non dobbiamo considerarlo come un concorrente diretto di Dark Souls, perché ci sono alcune differenze piuttosto marcate, non è neppure sbagliato posizionare Code Vein al di fuori del segmento soulslike. Tuttavia, Shift ce l’ha messa davvero nel provare a dare alla propria opera caratteristiche uniche, e in tal senso quella più riuscita è rappresentata dai Codici Sanguigni, classi intercambiabili in qualunque momento e che riescono a portare la profondità del titolo a un livello davvero entusiasmante, specie quando dotarsi di un nuovo approccio - come se in parte fosse un nuovo personaggio - riesce anche far superare una boss fight o una sezione particolarmente impegnativa. Un nuovo livello di sfida, in sostanza, come una matrioska composta lungo tutto l’arco narrativo.
PRO
Ottima versatilità del personaggio
Storia interessante
CONTRO
La mappa è abbastanza superficiale
Comparto tecnico non al top

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