Non ce ne sono molti di giochi come Kingdom Hearts. Anzi, non ce ne sono affatto. L’opera Square Enix incarna una concezione di videogame tutta sua, un maxi crossover fantasioso e citazionista, calato in un contesto particolare che, pur mescolando varie entità conosciute, riesce a ritagliarsi un suo modo di evolvere ed appassionare. Il publisher giapponese in questi anni ha ripescato diversi brand dal proprio cilindro, e dopo un’attesa di quasi 7 anni dall’ultimo capitolo ufficiale della saga, ecco arrivare finalmente l’iterazione successiva, nonché quella finale: Kingdom Hearts 3. Stavolta, però, abbandonandosi alle console maggiori, prova a chiudere il cerchio nel modo più creativo possibile, e con un comparto grafico eterogeneo e funzionale.

Kingdom Hearts 3 – Recensione

Dove eravamo rimasti…

Kingdom Hearts 3 intende chiudere il cerchio narrativo dell’intera saga, compresi i vari spin-off. E lo strumento utilizzato per adempiere al suo dovere è il più semplice del fan service, coinvolgendo tutti i personaggi ammirati lungo il cammino compiuto tra i vari capitoli della serie. Per apprezzare al meglio questo titolo, quindi, dovreste correre ai ripari e riprendere le tappe che avete saltato, se non addirittura ripartire dall’inizio e conoscere un po’ tutto ciò che ruota attorno al mondo del gioco, nonché i suoi protagonisti: Sora, Paperino e Pippo. Per venire incontro al videogiocatore che non conosce la saga, o semplicemente che ne ha dimenticato alcuni detti, Kingdom Hearts 3 nella prima parte dell’avventura fa una sorta di spiegone, composto da parti del tutto nuove ed altre persone in passato, e riprese frettolosamente con il solo scopo di rinfrescare la memoria e/o chiudere qualche punto di riflessione rimasto aperto troppo a lungo.

A caratterizzare la serie sono ovviamente le citazioni, che in Kingdom Hearts 3 sono davvero molte, e tra le nuove apparizioni troviamo non soltanto i cartoni Disney più recenti, ma anche quelli che in un certo senso risvegliano elementi nostalgici. Nel mischione, un po’ tutti hanno fatto parlare di sé ultimamente: Toy Story col suo finale strappalacrime, Frozen per il successo ai botteghini, e il Bosco dei 100 acri che da poco ha fatto capolino nelle sale cinematografiche. E poi c’è tanto altro, dai personaggi principali di Topolino, elementi chiave della saga, passando ai Pirati dei Caraibi che hanno catalizzato l’attenzione dei più, grazie al trailer che ne ha preannunciato la presenza.

Viaggio tra mille mondi

Come da tradizione, Sora e compagnia attraverseranno allegramente ciascuno dei mondi inclusi in questo terzo capitolo, con la solita freschezza di gameplay e particolarità che contraddistingue l’opera di Nomura. È anche grazie all’ottimo numero di comparse che la longevità del titolo resta alta, e per via di questo continuo cambio di location l’attenzione rimane costante dall’inizio alla fine, con estrema naturalezza. Non è tutto oro ciò che luccica, perché se è vero che da una parte abbiamo a disposizione tante location, alcune di queste svolgono un po’ il ruolo di comparsa o riempitivo. Le mappe più riuscite sono, senza sorprese, quelle meglio caratterizzate anche sul piano del gameplay: su tutte, San Fransokyo con quell’accenno di free roaming, e il mondo dei Pirati dei Caraibi per via della peculiare struttura di gioco.

A partire dalla semplicità con cui Kingdom Hearts 3 riesce a coinvolgere per mezzo dell’alternarsi dei mondi, troviamo una struttura di gameplay mai così variegata, capace di proporre una commistione di generi e cambi di prospettiva convincenti. Al netto della bravura con cui i designer hanno saputo dar vita a una fruizione dei contenuti così omogenea nonostante l’eterogeneità lampante del titolo, lo stesso non si può dire degli sceneggiatori, incapaci di giustificare in toto alcuni snodi narrativi, nonché delineare un filo conduttore convincente, capace di legare in modo plausibile i vari contesti. Insomma, Kingdom Hearts 3 trova nel gran numero di personaggi coinvolti il suo vero punto debole, ma il consiglio è di soprassedere ad alcune forzature della trama per godersi appieno l’evoluzione del gioco, senza farsi troppe domande. Arrivati ai titoli di coda, vi sentirete comunque un po’ vuoti dentro per via dei due filoni narrativi parzialmente slegati tra di loro.

Ad accompagnarci nell’avventura ci penserà un comparto grafico cangiante, in grado di evidenziare la natura di ogni mondo. Una scelta intelligente, che ben si sposa con il surreale clima che spesso contraddistingue i dialoghi e le scenette che si alternano al giocato. Cel shading da una parte, disegni dall’altra, passando per modelli poligonali più credibili o, al contrario, volutamente pixellati per evidenziare l’anima di opera citata, magari da una pellicola cinematografica: elementi di una grafica eterogenea da apprezzare in toto, perché parte integrante di un’opera che non scimmiotta nessuno. In un contesto così vario, la nota stonata è rappresentata da 2 tipi di ripetizioni, ovvero quella dei nemici – nulla di realmente originale durante tutto il gioco – e del level design, che in alcuni mondi risulta riproposto dall’inizio alla fine.

E in quest’ottica va letto il combat system, uno degli elementi distintivi della serie, che porta il videogiocatore a doversi confrontare con un ritmo di gioco piuttosto alto ed appagante, contraddistinto da combo e mosse speciali. La possibilità di switchare facilmente tra i 3 keyblade aggiunge un pizzico di strategia, da combinare sapientemente con legami, attrazioni ed evoluzioni per avere la meglio contro i nemici più duri. La difficoltà del gioco è tarata verso il basso, principalmente per due motivi: i pattern d’attacco dei nemici, piuttosto prevedibili, e la scarsa vena ruolistica del titolo. Nonostante il gioco porti con sé diversi elementi derivanti dal segmento JRPG, come un vasto parco abilità, combo ed equipaggiamento, l’azione si riduce spessissimo a un mero hack’n’slash senza troppi fronzoli. Di fatto, molto del potenziale rimane inespresso, vuoi per alcune azioni automatiche intraprese dal party, vuoi per la facilità con cui è possibile sfruttare i colpi più potenti.

Chi è alla ricerca di una sfida più appagante dovrà finire il gioco, accedendo così a contenuti end-game più complicati, con una serie di attività in grado di aumentare la longevità in maniera interessante – considerando anche che la storyline porta via all’incirca 30-40 ore.

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VALUTAZIONE
8,5
Commento finale
La fine di una serie, e forse l’inizio di un’altra. Difficile pensare che Nomura si fermi a Kingdom Hearts 3, soprattutto perché sviluppa nel corso dell’avventura qualche idea che potrebbe essere ripresa più avanti con nuovi spin-off. Di certo, con quest’ultimo capitolo canonico, abbiamo potuto apprezzare in maniera più viva le idee e la creatività degli sceneggiatori, supportati da un comparto grafico finalmente all’altezza - senza niente togliere alla magia dei titoli precedenti. Anche se la parte finale del gioco si impegna ferocemente nel consegnare ai posteri una trama in cui tutto finisce al suo posto, verrebbe quasi da sperare che non sia davvero la tappa conclusiva. O almeno non del tutto.
PRO
Gran numero di personaggi
Combattimenti ricchi di effetti
CONTRO
Mai davvero difficile
Componente ruolistica con potenziale non sfruttato

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