Chi ha amato il primo Mortal Shell lo ricorda come un piccolo gioiello acerbo: idee originali, esecuzione a tratti claudicante. Cold Symmetry sembra averlo tenuto bene a mente, perché il sequel che sta per arrivare non è un semplice restyling, ma una riscrittura quasi totale delle fondamenta. Ecco come si comporta sul campo, tra scelte di design coraggiose e qualche vecchia abitudine dura a morire.
Mortal Shell 2 – Recensione
Un guscio vuoto pronto a rinascere
Mortal Shell 2 è il sequel del soulslike uscito nel 2020, sviluppato ancora una volta dallo studio britannico Cold Symmetry e pubblicato da Playstack. Il gioco arriva il 20 agosto 2026 su PC (Steam), PlayStation 5 e Xbox Series X|S, senza alcuna versione per console della generazione precedente, scelta che lo studio giustifica con l’ambizione tecnica del progetto.
A differenza del capitolo originale, pensato come esperienza compatta e circoscritta, Mortal Shell 2 è un sequel standalone: non serve aver completato il primo gioco per seguirne la trama, anche se l’identità visiva e concettuale resta riconoscibile. Si veste i panni di un araldo morto e risorto sotto forma di scheletro, il cui vero nome è Lavender. La storia comincia in un villaggio desolato, popolato dai membri di una setta intenti a preparare un rituale di risveglio in nome della Sottomadre, l’entità che domina l’intera regione.

In cammino con Ruk, tra fari e involucri da rianimare
Il primo involucro a nostra disposizione appartiene al Cavaliere Harros, e da subito ci viene affidato un compito ben preciso: aiutare la Sottomadre nel suo risveglio, muovendoci per la Zona sotto la guida di Ruk, un corvo teschio che ci accompagna lungo il cammino. L’obiettivo dichiarato dell’avventura è recuperare gli ovum della Sottomadre, le sue uova, custodite da creature ostili sparse per la mappa.
I checkpoint del gioco sono i fari: ci si può fermare per riposare, rigenerare l’involucro attuale e, volendo, purificarli superando una sfida al loro interno. Ogni involucro possiede abilità uniche alimentate dalla Determinazione, una risorsa che si ricarica in combattimento: Harros, ad esempio, può pietrificare i nemici, in un chiaro richiamo alla meccanica difensiva che i veterani della serie già conoscono. Uccidendo nemici si ottengono Tenebra e Monete, mentre raccogliere oggetti consumabili permanenti aumenta la familiarità, sbloccando benefici via via più consistenti.
Morire ha conseguenze concrete: si torna alla forma naturale di scheletro, e per rianimare l’involucro (e riottenerne l’abilità) serve eliminare un certo numero di nemici, versando sempre più sangue a ogni tentativo. Il risultato è un sistema punitivo per davvero: più si muore, più diventa difficile recuperare l’involucro prima di raggiungere il faro successivo, con la tensione che sale progressivamente.

Parata perfetta, fracassa la Frattura
Sul fronte del combattimento, la guardia perfetta permette di ridurre la barra Frattura del nemico, sbilanciandolo e aprendo la strada a un attacco pesante. Parare senza la tempistica giusta, però, espone al rischio opposto: è il nostro personaggio a rischiare di essere sbilanciato. I Sigilli aggiungono un ulteriore strato di personalizzazione, donando abilità speciali: si comincia con quello che infligge debolezze da frattura, e se ne sbloccano molti altri nel corso dell’avventura.
Alcune location degli involucri vengono suggerite dal gioco, ma per velocizzarne il recupero si possono spendere le visioni per individuarli direttamente sulla mappa. La Rocca del Midollo funge da hub centrale, dove migliorare le armi spendendo Monete e Ventrium. Morire senza un involucro attivo comporta la perdita della Tenebra accumulata, a meno di non tornare esattamente nel punto della morte al tentativo successivo, un classico del genere reinterpretato con qualche variazione.
Una scelta di design che farà discutere: il level up non permette di distribuire punti sugli attributi classici da gioco di ruolo. Il livellamento è automatico e più semplice, e sposta il peso della progressione sulla build composta da armi, accessori e involucro stesso. Chi ama personalizzare ogni singola statistica potrebbe storcere il naso, chi cerca un’esperienza più diretta apprezzerà.
La mappa aperta premia l’esplorazione, e i pattern d’attacco dei boss risultano più leggibili rispetto al passato. Ma attenzione a chi si aspetta un gioco più permissivo solo perché la stamina è sparita: le animazioni del protagonista restano legnose, lente e ampiamente prevedibili per i nemici, quindi attaccare in modo ossessivo resta una pessima idea. Gli attacchi, leggeri o pesanti che siano, vanno eseguiti col giusto tempismo, senza cedere all’avidità. Il gioco, nonostante la maggiore dinamicità generale dell’azione, resta brutale e meccanico tanto quanto il predecessore.

Un cambio di motore che si vede
Sul fronte grafico il salto è netto: si passa da Unreal Engine 4, motore su cui girava il primo Mortal Shell, a Unreal Engine 5, con supporto confermato a ray tracing e tecnologie di upscaling. È un cambio generazionale coerente con l’assenza di versioni per console old-gen, e punta a valorizzare ambienti, dettagli dei personaggi e illuminazione, elementi centrali nell’atmosfera cupa tipica della serie.
Non essendo un gioco con componenti multiplayer, non ci sono aspetti di rete da valutare. Sul fronte dell’ottimizzazione, Cold Symmetry ha pubblicato requisiti di sistema dettagliati con largo anticipo rispetto al lancio, segnale di trasparenza non scontato per un’uscita di agosto.

