L’appuntamento con il – quasi – annuale Sherlock Holmes targato Frogware è arrivato. L’avventura con protagonista il celebre investigatore londinese nato dalla penna di Sir Arthur Conan Doyle è riuscita a sopravvivere a due generazioni videoludiche, un po’ grazie a qualche compromesso, in special modo riguardo il taglio console degli ultimi capitoli, un po’ per merito degli sviluppatori, in grado di rinnovare la formula di gioco presentando agli appassionati un gameplay quasi sempre puntellato da nuove azioni e possibilità. Insomma, la vecchia Whitechapel punta-e-clicca non esiste da un pezzo: è stata svecchiata – ludicamente parlando – e messa all’interno di comparto di gioco più dinamico e al passo coi tempi.
La rivoluzione è partita dal celebre Sherlock Holmes versus Arsene Lupin, probabilmente il capitolo più amato – e riuscito – dell’intera saga, nonché il primo a passare sotto la pubblicazione di Focus Home, protagonista delle successive 4 iterazioni.
Con Sherlock Holmes: The Devil’s Daughter gli oneri di pubblicazione sono passati a Bigben Interactive, con distribuzione italiana ad opera di Ubisoft – publisher non nuovo alla serie.
The Devil’s Daughter: Addio uomo di latta
Che in The Devil’s Daughter si respiri aria di cambiamento lo si nota fin dall’incipit iniziale, con il compostissimo Holmes intento a fuggire per mettere in salvo la pellaccia. Il perché verrà spiegato con uno dei più classici flashback che ci riporterà nell’appartamento dell’investigatore, 221B Baker Street, due giorni prima della fuga.
Una volta accolti nel presente da giocare, verranno introdotte Katelyn e Alice, rispettivamente la figlia adottiva di Holmes e la bella vicina di appartamento; le nuove presenze non reciteranno affatto un ruolo marginale nelle vicende dell’investigatore, anzi: con queste coprotagoniste, Frogware ha voluto rivoluzionare la comune figura di Holmes introducendo nel personaggio un profondo lato emotivo che porterà il detective ad assumere un tono serioso e più concentrato del normale – a voler fare un confronto con le serie TV, più stile Sherlock che Elementary, diciamo.
Una mente brillante… forse
Le novità rispetto al capitolo precedente sono tante, a cominciare dalla base del gameplay: non dovremo più limitarci a raggiungere la scena del crimine, scovare le prove, intervistare i testimoni ed elaborare il tutto. Durante l’avventura, lunga circa 15 ore, Holmes avrà sempre qualcosa di speciale da fare, tra cui i classici minigiochi per sbloccare serrature e inaspettate sequenze QTE. Fortunatamente, il tracciamento del profilo caratteriale dei testimoni è stato parzialmente abbondonato in favore di un sistema più flessibile che non obbliga l’utente a raggiungere la perfezione; il rovescio della medaglia è presto detto: in Sherlock Holmes: The Devil’s Daughter si potrà sbagliare tutto, senza incorrere in alcuna conseguenza ai fini della storia principale e dei casi di risolvere. Accusare un innocente anziché il reale colpevole del reato sarà possibile, nonché quasi scontato qualora non avremo dedicato la giusta attenzione al caso; tuttavia, oltre al nostro imbarazzo per aver condannato un povero malcapitato, non dovremo preoccuparci di altro.
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Questo modello semplicistico di condurre e portare a compimento le indagini, è probabilmente dovuto all’intenzione di Frogware di lasciare, sì, immutato il carico cognitivo necessario a portare a termine i casi senza sbagliare un colpo, concedendo, però, ampi margini d’errore ai novizi del genere. Poco male, anche perché portare a termine una deduzione corretta gioverà tanto al buon nome di Holmes, quanto al nostro spirito: la mappa concettuale dell’investigatore, confermata dal capitolo precedente, è stata costruita per esaltare il ragionamento e le correlazioni tra gli indizi coinvolti nell’indagine, favorendo, come detto, chi ha prestato la giusta attenzione alle vicende.
Open World, Open World ovunque
Dopo Homefront, le Tartarughe Ninja e Mirror’s Edge: Catalyst, anche Sherlock Holmes è diventato un mezzo open world. Questa scelta non va incontro ad alcuna reale necessità di gameplay, ma è puramente dettata dall’esigenza di restare al passo coi tempi, tant’è che avremo piena facoltà di spostarci a piedi per tutta la mappa o di prendere una carrozza, così come deliziare il nostro girovagare con nuovi abiti in perfetto stile fine Ottocento. Parliamo ovviamente di espedienti di gameplay pensati per aumentare il coinvolgimento e dare un’anima più viva e dinamica alla fredda Londra vittoriana che fa da palcoscenico alle vicende, finalmente non più rilegata a qualche comparsata di vicoletti sporchi e bagnati. All’atto pratico, il grado di libertà lasciato nelle mani del videogiocatore appare più superfluo che utile – un po’ come Zidane per l’Avvocato – ma l’azzardo di Frogware non può far altro che gettare le basi per un capitolo ancor più ricco e variopinto.
Tuttavia, quando ci si spinge oltre i confini di location ben delimitate, allargando gli orizzonti verso l’infinito, si corre il rischio di fare il passo più lungo della gamba ed incorrere in un clamoroso autogol tecnico: lo sanno bene i team di sviluppo dei tre titoli sopracitati, e ora lo sa anche Frogware. Sherlock Holmes: The Devil’s Daughter si presenta al pubblico con un comparto tecnico non solo non all’altezza degli standard grafici odierni – prevedibile, visto il limitato budget a disposizione – ma anche afflitto da qualche problema, tra i quali caricamenti irritanti e controlli un po’ rozzi, soprattutto nelle fasi meno investigative.



