Gli AdBlocker

La gestione dei contenuti pubblicitari non riguarda solamente la creazione e il posizionamento dei banner, bensì richiede un minimo di strategia e profilazione dei propri lettori. Ottimizzare l’advertising significa prevedere principalmente 3 fattori:

  1. Il contenuto degli Ads
  2. Il numero degli Ads
  3. L’influenza esercitata dagli Ads sull’esperienza utente

Questi 3 parametri devono essere analizzati per singola pagina.

 

Il problema nasce quando i gestori di un sito Web si lasciano prendere la mano, posizionando i banner in punti strategici al fine di ingannare l’utente strappandogli un click involontario. Questo approccio brutale ha come conseguenza il disorientamento del lettore, che nel caso più lieve porta l’utente a perdere di vista il contenuto informativo della pagina (ovvero il perché è arrivato a leggerla) ed ha come caso peggiore un reindirizzamento verso una pagina esterna al sito Web, dal contenuto completamente pubblicitario.
Un esempio lampante: un sito di streaming, con diversi pop-up sul player video.

Una strategia così ingannevole è totalmente opposta ai principi di User Experience.

Da dove nasce l’esigenza degli AdBlocker

Questo scellerato modo di gestire i contenuti pubblicitari ha portato alla nascita dei tanto criticati AdBlocker, strumenti per browser (solitamente plug-in) che bloccano la pubblicità. In termini molto semplici, gli AdBlocker rimuovono o censurano le linee di codice associate ad un Ads, permettendo all’utente di visualizzare la pagina senza alcun contenuto pubblicitario – al loro posto potrebbe esserci uno spazio bianco, ma gli AdBlocker migliori riescono a rimuovere il codice Ads mantenendo il layout della pagina Web senza mostrare blocchi vuoti.

Dunque, gli AdBlocker sono nati come strumento di difesa per l’utente, al fine di riequilibrare l’esperienza di lettura e favorire l’assimilazione del contenuto informativo proposto dalle pagine Web.

E allora chi li critica? E perché?

Se gli AdBlocker bloccano la pubblicità, le entrate pubblicitarie di un sito Web diminuiscono. Quindi, più utenti usano AdBlocker, meno introiti vengono generati con la pubblicità.
In sostanza, l’accusa agli AdBlocker parte direttamente dagli amministratori dei siti Web e si fonda più o meno sullo stesso principio dei cosiddetti “vampiri” del peer-to-peer, ovvero gli utenti che scaricano un file condiviso e poi non continuano la condivisione.
Si tratta, in sostanza, di un “ricevere senza dare”.

Contestualizzando, gli admin di un portale accusano gli utenti AdBlocker di prendere informazioni senza dare nulla al sito, che in questo caso significa leggere senza dare una visualizzazione (almeno) ai banner pubblicitari.

L’accusa mossa dagli admin è di per sé lecita: se io scrivo un contenuto per te rilevante, e lo faccio gratuitamente, il minimo che tu possa fare è restituirmi il favore visualizzando la pagina Web così come te la mostro io – e quindi, implicitamente, mi visualizzi i banner pubblicitari incrementando i miei guadagni.
Molti admin, però, dimenticano che gli AdBlocker sono nati per scopi nobili, a salvaguardia dell’esperienza utente, e che quindi la loro nascita e il loro utilizzo è causa proprio della scellerata idea di investire l’intero sito di pubblicità invasiva, che in genere è quella che permette di guadagnare di più.

Chi ha il coltello dalla parte del manico?

Più che combattere gli AdBlocker, bisognerebbe mettersi nei panni degli utenti e valorizzare i loro bisogni. Questo principio è alla base dell’User-Centered Design.

Sto notando che molti amministratori di siti Web più o meno importanti tentano di combattere gli AdBlocker forzandone la disattivazione attraverso strategie prepotenti. Ad esempio, c’è chi nasconde completamente il contenuto della pagina invitando l’utente a disattivare l’AdBlocker per poter accedere alle informazioni che sta cercando di visualizzare.
Si tratta di un altro approccio brutale (mosso dagli stessi scopi che hanno portato alla nascita degli AdBlocker) ed è assolutamente contrario ai principi del Web 2.0 che, al contrario, invita gli utenti alla partecipazione attiva.

Approccio brutale e da evitare

È anche vero che non tutti i siti Web fanno uso di pubblicità invasiva, ed è dunque giusto “combattere” gli AdBlocker, ma senza imporre nulla.
Il modo corretto per convincere gli utenti a disattivare il blocco pubblicitario, a mio avviso, prevede due semplici step:

  1. Ottimizzare l’advertising
  2. Proporre un pop-up gentile che inviti l’utente a disattivare l’AdBlocker

Con un pop-up gentile, l’utente è invogliato a concedere una possibilità se sta trovando le informazioni di cui necessita. Se offri contenuti validi e chiedi di disattivare l’AdBlocker perché non hai banner invasivi, perché non dovrebbe concederti una chance?

Ovviamente devi aver ottimizzato l’advertising (con l’analisi dei 3 fattori menzionati ad inizio articolo) altrimenti l’utente riattiverà istantaneamente il suo AdBlocker.
E’ possibile ottimizzare i contenuti pubblicitari con un ottimo plugin per WordPress, Advanced Ads.

AdBlocker, problema relativo

Per concludere, ritengo gli AdBlocker uno strumento estremamente utile che non va condannato, perché nato a difesa dell’esperienza utente. La nascita degli AdBlocker è attribuibile a una scellerata gestione dei contenuti pubblicitari, pertanto può essere combattuta in maniera efficace ponendo gli utenti al centro del proprio sito Web.

Di per sé, gli AdBlocker non costituiscono un problema per chi riesce a farsi apprezzare per i contenuti proposti, e certamente non vanno combattuti negando all’utente la possibilità di apprendere le informazioni che sta cercando.

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