Avete presente quando ascoltate per la prima volta una canzone di Sanremo e pensate “ok, questa è stata fatta per diventare un tormentone nei reel”? Bene, giocando a Crimson Desert e scorrendo i social, la sensazione è sorprendentemente simile. Non perché il gioco sia superficiale o costruito solo per strizzare l’occhio alle piattaforme, ma perché alcune sue meccaniche sembrano quasi progettate per vivere una seconda vita al di fuori del gioco stesso, tra video brevi, clip condivise e contenuti virali. Una riflessione che nasce sia dopo aver pubblicato la recensione completa del titolo Pearl Abyss, sia lavorando alle numerose guide dedicate alle attività e ai segreti sparsi per Pywell, dove ci si accorge di quanto spesso l’esperienza venga “mediata” dai social prima ancora che dal gioco.
Crimson Desert: Un gioco pensato per i social network?

Post sponsorizzati che “scoprono cose”
Crimson Desert è, a tutti gli effetti, un open world ambizioso. La sua struttura invita all’esplorazione, alla scoperta e alla sperimentazione, ma lo fa in un modo che si presta perfettamente alla condivisione. Non è solo una questione di quantità di contenuti, ma di come questi vengono distribuiti e percepiti. Alcuni elementi, più di altri, sembrano pensati per generare curiosità immediata e, soprattutto, per essere raccontati in pochi secondi. Basta aprire TikTok o Instagram per rendersene conto. Video brevissimi mostrano la posizione di oggetti unici nascosti nei punti più improbabili della mappa: su una sporgenza irraggiungibile, dietro una cascata, in cima a una torre apparentemente decorativa. Sono clip costruite per stupire, per far dire allo spettatore “devo andarci anch’io”, e funzionano. Il problema, se così si può definire, è che questa dinamica sposta il senso della scoperta dal gioco al contenuto esterno. Non sei più tu a trovare qualcosa, sei tu che vai a recuperare qualcosa che qualcun altro ti ha già mostrato.
A rendere ancora più evidente questa tendenza è la presenza di contenuti sponsorizzati da pagine e creator dedicati al gaming. Video pubblicati a ridosso del lancio, spesso con accessi anticipati o informazioni privilegiate, che mostrano equipaggiamenti, segreti o interazioni particolari prima che la maggior parte dei giocatori abbia avuto il tempo di scoprirli autonomamente. È una dinamica ormai diffusa, ma in Crimson Desert sembra quasi perfettamente integrata con il design del gioco. Anche dopo il rilascio mi sono imbattuto in contenuti sponsorizzati che mostravano equipaggiamento recuperato in un’area della mappa pensata per l’endgame, con il percorso tracciato dal punto A al punto B, o una curiosità che non avevo mai visto prima e che, dopo quel content promosso dal produttore, ha cominciato a girare tra i vari streamer.
Un altro esempio interessante è rappresentato dagli animali. Non solo è possibile accarezzarli o addomesticarli con tenerezza (tanto da poter prendere in braccio anche i gattoni pucciosi), ma è anche possibile vestirli. Una meccanica apparentemente marginale, che però si traduce in contenuti perfetti per i social: clip leggere, condivisibili, spesso accompagnate da reazioni o commenti ironici. Non aggiunge profondità al gameplay in senso stretto, ma aumenta enormemente il potenziale di “raccontabilità” del gioco.
A questi elementi si aggiungono tante piccole situazioni emergenti: NPC che reagiscono in modo inatteso, animazioni particolari, eventi ambientali spettacolari, scorci panoramici costruiti per essere catturati e condivisi. Anche alcune meccaniche, come l’utilizzo del rampino o dei poteri dell’Abisso, si prestano perfettamente a clip brevi e d’impatto. Non è difficile imbattersi in video che mostrano combo spettacolari o soluzioni creative a enigmi ambientali, spesso decontestualizzati ma efficaci nel catturare l’attenzione.
Quanta concretezza dietro reel efficaci?
Il risultato è un flusso continuo di contenuti che restituisce l’immagine di un gioco ricchissimo, in cui ogni angolo nasconde qualcosa di interessante. Ed è qui che nasce il dubbio. Perché, controller alla mano, l’esperienza è leggermente diversa.
Uno dei limiti più evidenti riguarda la personalizzazione delle build. Crimson Desert offre diverse opzioni in termini di equipaggiamento e abilità, ma non arriva mai a proporre un sistema davvero profondo o trasformativo. Le differenze tra una build e l’altra sono limitate, e questo si riflette anche nella produzione di contenuti: è raro, se non impossibile, trovare video dedicati a configurazioni specifiche o strategie avanzate come accade in altri RPG. La maggior parte dei giocatori finisce per utilizzare combinazioni molto simili, e anche visivamente si nota una certa uniformità. Se ci pensate, rispetto ai contenuti social dedicati a giochi come Elden Ring o Cyberpunk 2077, Crimson Desert non ha video pensati per suggerire la costruzione di una certa build, ma solo a dove trovare la lancia X o lo spadone Y. Sostanzialmente, parliamo di una lacuna di contenuti non indifferente per un action RPG moderno.

Un altro aspetto riguarda la densità della mappa. Pywell è enorme, ma non sempre altrettanto ricca di attività. Tra un punto di interesse e l’altro possono passare lunghi minuti di viaggio in cui succede poco o nulla. Nei video, però, questa dimensione viene completamente filtrata. Si vedono solo i momenti “alti”: la scoperta, l’oggetto raro, l’evento curioso. Il viaggio, la distanza, il tempo necessario per arrivarci scompaiono. Ne deriva una percezione distorta, in cui il gioco sembra costantemente pieno di stimoli, quando in realtà alterna momenti molto densi ad altri decisamente più vuoti. Lo stesso discorso vale per la componente narrativa. Nonostante la presenza di una trama articolata e di diversi personaggi, è difficile trovare contenuti che mettano davvero al centro la storia, come invece accade con lo scomodo paragone di Red Dead Redemption 2. Non ci sono clip virali legate a momenti narrativi, dialoghi particolarmente incisivi o colpi di scena memorabili. Questo non significa che la storia sia assente, ma che non è costruita in modo tale da generare condivisione. E in un ecosistema sempre più influenzato dai social, questo pesa.
Anche alcune meccaniche più “lente” o sistemiche faticano a trovare spazio. La gestione dell’inventario, il crafting, l’organizzazione delle risorse o la progressione del personaggio sono aspetti fondamentali nell’esperienza complessiva, ma raramente diventano contenuti virali. Non perché non siano importanti, ma perché non sono immediatamente comunicabili in pochi secondi. Di conseguenza, restano in secondo piano nella percezione generale del gioco.
Lunga vita alle cavalcature
Questa riflessione, maturata in me nelle prime cento ore di gioco, e rafforzata dopo il rilascio dell’ultima patch che abilita 5 nuove cavalcature già viralissime, mi porta ad una domanda che nasce spontanea: Crimson Desert è stato progettato, almeno in parte, per favorire questo tipo di passaparola virtuale? È difficile dare una risposta definitiva, ma alcuni segnali vanno in quella direzione. La presenza di elementi altamente condivisibili, la distribuzione di contenuti “scoperta-friendly” e la capacità del gioco di generare clip brevi e d’impatto sembrano tutt’altro che casuali.
Allo stesso tempo, sarebbe riduttivo leggere questa scelta in chiave negativa. In un mercato in cui la visibilità è fondamentale, costruire un gioco che si presta naturalmente alla condivisione è anche una strategia intelligente. Il passaparola digitale può amplificare enormemente la portata di un titolo, soprattutto nelle prime settimane dal lancio.
Il punto, semmai, è capire quanto questa dimensione influenzi la percezione complessiva dell’esperienza. Perché se da un lato i social contribuiscono a valorizzare alcuni aspetti del gioco, dall’altro rischiano di nasconderne altri. E quando il racconto collettivo si concentra solo su ciò che è più immediato, più spettacolare o più “postabile”, tutto il resto finisce inevitabilmente in secondo piano.

