Quando Capcom ha deciso di rifare Resident Evil 2 dal nulla nel 2019, nessuno si aspettava che quel progetto diventasse il modello di riferimento per l’intero settore dei remake. Eppure, sembra essere andata esattamente così, quantomeno con questo nuovo progetto di Ubisoft, che prova a sottoporre a remake uno dei suoi capitoli più amati, quel Black Flag che ha fatto innamorare molti, con i suoi colori ed il suo tema piratesco ancora oggi unico a suo modo. Il risultato è un gioco godibile, per tratti bellissimo, ma anche un promemoria di quanto sia difficile fare un remake davvero coraggioso senza mettersi a rischio.

Ma è forse una mossa da capire, dati gli anni difficili di Ubisoft e le tempeste interne che non accennano a placarsi. Cancellazioni, rinvii, flop commerciali e una serie di decisioni creative discutibili hanno minato la fiducia di una parte del pubblico storico. In questo contesto, la scelta di rifare Assassin’s Creed Black Flag – il capitolo del 2013 sviluppato originariamente da Ubisoft Montreal, da molti considerato il punto più alto della serie – non è solo una mossa nostalgica. È una scommessa sulla propria storia, un tentativo di ricordare al mercato che Ubisoft sa fare grandi giochi quando ci mette dentro le cose giuste. Resynced è sviluppato principalmente da Ubisoft Singapore con il supporto di altri quattordici team interni, ed è disponibile dal 9 luglio 2026 su PlayStation 5, Xbox Series X/S e PC.

Assassin’s Creed Black Flag Resynced – Recensione

L’ispirazione ai remake Capcom è difficile da ignorare: stessa logica di ricostruire tutto da zero invece di aggiornare l’esistente, stesso obiettivo di modernizzare il gameplay pur rispettando la struttura originale, stesso tentativo di trasformare un classico in un punto d’ingresso ideale per i nuovi giocatori. La differenza, come vedremo, è che Capcom quasi sempre ci è riuscita, con una coerenza che Resynced non raggiunge del tutto.

I Caraibi di Edward Kenway, tredici anni dopo

La storia è quella del 2013, con alcune aggiunte. Edward Kenway è un marinaio gallese che si ritrova per caso a impersonare un assassino morto, venendo così trascinato nel conflitto tra Assassini e Templari in un angolo dei Caraibi del 1715 in cui la pirateria viveva il suo momento d’oro. Nassau pullula di personaggi storici reali – Barbanera, Charles Vane, Anne Bonny, Bartholomew Roberts – e la storia funziona perché Kenway non è un eroe: è un uomo ambizioso e fondamentalmente egoista che cerca la ricchezza, e quella contraddizione lo rende più interessante di molti protagonisti del franchise.

Resynced aggiunge contenuti inediti: nuovi archi narrativi per personaggi secondari molto amati come Barbanera e James Kidd, tre catene di missioni legate al reclutamento di ufficiali per la Jackdaw, e un capitolo post-storia inedito. Le aggiunte narrative sono gradevoli – approfondiscono personaggi che nell’originale restavano abbozzati – ma non cambiano la traiettoria della storia principale, che rimane sostanzialmente invariata. Tagliata invece completamente la componente ambientata nel presente, le cosiddette sezioni Abstergo: erano tra gli aspetti più criticati dell’originale, e la loro rimozione migliora oggettivamente il ritmo. La campagna principale si completa in circa venticinque ore, con il doppio di contenuto disponibile per chi vuole fare tutto.

Una formula rivisitata, non sempre in modo convincente

Il cuore dell’esperienza è la navigazione: si guida la Jackdaw attraverso i Caraibi, si attaccano navi nemiche, si abbordano vascelli, si conquistano fortezze. Questo sistema era già il punto di forza del titolo originale e qui viene raffinato con alcune aggiunte concrete – modalità di fuoco alternativa per i cannoni, nuove capacità sbloccabili tramite gli ufficiali reclutabili, condizioni meteorologiche dinamiche che rendono certi attraversamenti più imprevedibili. Il combattimento navale resta il motivo principale per cui vale la pena stare in questo gioco, e Resynced non lo tocca abbastanza da rovinarlo.

Il combattimento a terra è invece il punto più problematico, e anche quello più discusso. L’originale aveva un sistema semplice – forse troppo – basato su contrattacchi e assassinii istantanei. Resynced introduce una parata attiva con finestra temporale ristretta, schivate, l’uso della corda retrattile sbloccata molto prima rispetto all’originale, e la possibilità di concatenare eliminazioni in modo progressivo. L’idea sulla carta è buona: si punta a qualcosa che stia a metà strada tra la semplicità dell’originale e la profondità dei titoli più recenti della serie. In pratica il risultato è discontinuo. La telecamera in mischia affollata perde il tracciamento con fastidiosa regolarità, il sistema di agganciamento ai nemici risponde in modo incoerente, e alcune animazioni di attacco sono così lunghe da non poter essere interrotte una volta avviate – il che nelle fasi più concitate genera morti che sembrano più causate da errori di progettazione che dalla reale difficoltà dello scontro. Alcune missioni sembrano addirittura ridisegnate per forzare il combattimento corpo a corpo, e quelle sono le sezioni più frustranti dell’intera esperienza.

Lo stealth è migliorato in modo più convincente: Edward può accovacciarsi ovunque con un tasto dedicato, un indicatore di visibilità comunica con chiarezza il livello di esposizione, e le missioni di pedinamento – tra le più odiate dell’originale – sono state rese molto più permissive. Il sistema di progressione del personaggio si sviluppa tramite perk e oggetti, ma manca di un vero albero delle abilità profondo: alcuni avrebbero apprezzato qualcosa di più strutturato per far crescere Edward nel corso delle ore di gioco.

Bellissimo da guardare, meno rifinito da giocare

Sul piano tecnico, Resynced è uno dei giochi più belli del 2026. Il motore Anvil aggiornato gestisce illuminazione con ray tracing, rendering micropoligonale e un sistema meteorologico dinamico che trasforma il mare in qualcosa di mai visto prima nei videogiochi pirateschi. Le acque superficiali sono dettagliatissime, gli ambienti subacquei sembrano abitati, e certi tramonti sui Caraibi sono semplicemente difficili da non fermarsi a guardare. Su PS5 Pro è disponibile una modalità a 40 fotogrammi al secondo con VRR che offre il miglior compromesso tra fluidità e qualità visiva. A livello tecnico non c’è molto da dire, se non che il remake sia davvero bello da vedere: dettagli, colori, fluidità nel parkour, tutto portato ad un livello assolutamente idoneo per gli standard attuali. Dal canto suo, il comparto audio è altrettanto solido: le canzoni dei marinai tornano arricchite da nuovi titoli rispetto all’originale, con una rotella di selezione che permette di scegliere quale ascoltare invece di affidarsi alla casualità.

Fin qui tutto bene. Il problema è che il lancio presenta un numero di bug francamente inaccettabile per un remake con queste ambizioni. Alcuni utenti hanno segnalato blocchi del personaggio durante interazioni ambientali, nemici che si rianimano dopo essere stati eliminati, indicatori di missione che scompaiono dalla mappa, problemi di collisione durante il parkour. Anche durante il mio test non è filato tutto liscio, pur trattandosi di problemini fastidiosi più che di ostacoli che impediscono di avanzare con la quest. Diciamo che essendo davanti ad un remake, sono difetti che pesano particolarmente per un prodotto che per definizione dovrebbe rappresentare la versione definitiva di un’esperienza già esistente. Tra le note dolenti, l’Animus Hub – il sistema di ricompense estetiche condiviso con Shadows e strutturato come un servizio in abbonamento con valuta virtuale – è un’altra aggiunta che non convince, e che tradisce un po’ lo spirito del gioco che dovrebbe celebrare. Il gioco è pienamente giocabile offline per la campagna principale; la connessione è richiesta solo per i contenuti live dell’Hub.