Da un paio di anni a questa parte non è raro trovarsi davanti, durante il girovagare nei vasti database digitali, a titoli di nicchia che rispecchiano i gusti o le passioni di pochi. Il proliferare di titoli manageriali e gestionali ci mette nei panni di dirigenti di supermercati o di zoo, di controllori di dogana, o di sportivi con specializzazioni molto precise, e spesso e volentieri opere di questo tipo riescono ad emergere proprio grazie a quelle caratterizzazioni impossibili da trovare in altre produzioni. Cairn incarna proprio quel tipo di elementi, un titolo fortemente guidato dalla passione dei suoi creatori verso le arrampicate, uno degli sport “moderni” più affascinanti e in ascesa (letteralmente) dell’ultimo decennio. Il titolo, sviluppato e pubblicato da The Game Bakers, studio indipendente francese noto per lavori molto riconoscibili come Furi e Haven, si presenta su PC e PlayStation 5, rappresentando un cambio di rotta netto rispetto al passato del team: niente action frenetico, niente combattimenti, niente sistemi di progressione tradizionali. Cairn è un’esperienza interamente costruita attorno alla scalata di una montagna, affrontata (quasi) in solitaria, con un approccio che punta più alla simulazione sensoriale e mentale che all’intrattenimento classico. Fin dalle prime ore è chiaro che non si tratta di un titolo pensato per piacere a tutti: The Game Bakers sceglie consapevolmente una strada rigorosa, lenta e impegnativa, mettendo al centro la fisicità del movimento e il rapporto tra corpo, ambiente e concentrazione.

Cairn – Recensione

Un appiglio dopo l’altro

Dal punto di vista narrativo, Cairn adotta una struttura estremamente minimale. Il giocatore interpreta Aava, un’alpinista che decide di affrontare la scalata della montagna più imponente e ostile. Le motivazioni del personaggio non vengono mai spiegate in modo diretto, e non esiste una vera e propria trama con snodi narrativi tradizionali. La storia, se così si può definire, è tutta suggerita: emerge attraverso l’isolamento, la fatica, i fallimenti e i piccoli successi che scandiscono la salita. Come spesso accade quando la componente narrativa risulta più debole di altre produzioni, è l’ambientazione a divenire il cuore dell’esperienza. La montagna domina lo schermo con pareti rocciose, creste esposte, superfici irregolari e condizioni ambientali che trasmettono un senso costante di pericolo. Non ci sono altri personaggi con cui interagire (se non un robottino di supporto alla scalata), né dialoghi o sequenze cinematiche pensate per guidare emotivamente il giocatore, anche se capiterà piuttosto frequentemente di raggiungere zone con vedute allargate in cui lasciarsi coinvolgere dal panorama. Questa scelta rafforza l’idea di solitudine e introspezione, ma rende l’esperienza volutamente spoglia sul piano narrativo. La durata complessiva varia molto in base all’abilità e alla pazienza di chi gioca, ma una prima scalata completa può richiedere dalle sei alle dieci ore, considerando tentativi falliti e percorsi alternativi.

Il peso di ogni movimento

Il gameplay di Cairn è interamente costruito attorno a una meccanica di arrampicata che richiede attenzione, precisione e pianificazione. Ogni arto del personaggio è controllato in modo indipendente, e ogni presa deve essere valutata con cura. La resistenza fisica è una risorsa fondamentale: mantenere una posizione troppo a lungo o compiere movimenti azzardati può portare rapidamente all’esaurimento e alla caduta. Non esistono abilità sbloccabili, statistiche da potenziare o equipaggiamento da migliorare. La progressione è esclusivamente legata all’apprendimento del giocatore, che impara a leggere la roccia, a riconoscere le prese più affidabili e a gestire il ritmo della scalata. È un sistema coerente e affascinante, ma anche estremamente esigente. Gli errori si pagano caro e il margine di tolleranza è ridotto, soprattutto nelle sezioni più avanzate.

Approfondendo il gameplay, ogni movimento sulla parete va ad incidere direttamente con il posizionamento della protagonista, rendendole più o meno semplice muovere l’arto successivo. In tal senso, il videogiocatore è “costretto” ad immedesimarsi completamente in Aava, evitando di farle compiere movimenti innaturali, o azioni compromettenti, come il dover incrociare le gambe o le braccia. Pur non essendo presente un vero e proprio sistema di crescita, il videogiocatore deve stare molto attento alla gestione dell’inventario, cercando di recuperare quando possibile determinati oggetti in grado di ripristinare le forze di Aava (tanto in arrampicata quanto negli accampamenti di fortuna in cui passerà le notti) o di facilitare le scalate. In tal senso, risultano molto importanti i chiodi da fissare strategicamente alla parete in base all’altezza complessiva, in quanto consentono alla protagonista di riprendere fiato e, soprattutto, di facilitarle un nuovo tentativo in caso di caduta. Ma, trattandosi Cairn anche di un survival, per certi versi, non sarà l’unica cosa a cui badare. Come già detto, il tempo passato in tenda dovrà essere gestito con cognizione di causa per risultare davvero utile alla missione, e considerando che Aava non potrà portare con sé troppa roba, anche la scelta dell’equipaggiamento avrà un suo peso strategico.

Tra i difetti principali del gameplay emerge una certa rigidità: il sistema di controllo, per quanto profondo, può risultare poco intuitivo nelle prime ore e scoraggiante per chi non è disposto a investire tempo nell’apprendimento. Alcune situazioni possono sembrare punitive, con cadute improvvise dovute a letture poco chiare della superficie o a movimenti non perfettamente riconosciuti, e ciò vanificherà gli sforzi più recenti. La mancanza di varietà nelle interazioni, inoltre, rende l’esperienza molto ripetitiva sul lungo periodo, soprattutto per chi cerca stimoli ludici più tradizionali.

Essenziale, ma non sempre impeccabile

Dal punto di vista tecnico, Cairn punta su una direzione artistica sobria e coerente. Il comparto grafico non cerca il fotorealismo, ma utilizza uno stile pulito e leggibile in cel shading, capace di valorizzare le superfici rocciose e la verticalità dell’ambiente. Le animazioni del personaggio sono credibili e contribuiscono a trasmettere il peso e la fatica di ogni movimento, anche se in alcuni casi risultano un po’ rigide o inverosimili. Detto di un level design concettualmente semplice che accompagna ambientazioni altrettanto minimal, alcuni passaggi dell’avventura di Aava risultano sicuramente sopra la media, avendo le potenzialità per rimanere nella mente del giocatore per diverso tempo. Passare da un ponte di legno ad un lago ghiacciato è un qualcosa di davvero suggestivo e che fa pensare “ok, è stata dura ma ne è valsa la pena”, l’esatto sentimento regalato nella realtà da quasi tutti gli sport di montagna.

Ad accompagnare l’avventura c’è anche un comparto audio minimale ma efficace. I suoni ambientali, come il vento o il contatto delle mani con la roccia, svolgono un ruolo fondamentale nel rafforzare l’immersione. La colonna sonora è discreta e interviene solo in momenti specifici, lasciando spesso spazio al silenzio. Una scelta coerente con il tono del gioco, ma che potrebbe risultare troppo asciutta per alcuni giocatori. Sul fronte dell’ottimizzazione, Cairn si comporta generalmente bene, ma non è privo di difetti. Su alcune configurazioni si possono riscontrare piccoli cali di fluidità o incertezze nella risposta dei controlli, elementi che in un gioco basato sulla precisione assumono un peso maggiore del normale. Nelle settimane precedenti l’uscita ufficiale mi è capitato qualche crash di troppo, risolto in concomitanza del dayone. L’assenza totale di modalità multiplayer o cooperative è coerente con la visione degli sviluppatori, ma limita ulteriormente la varietà dell’esperienza.