State cercando un titolo da gustare durante le vacanze di Natale, ma al contempo che si tratti di un’opera fuori dall’ordinario e in grado di accendere i vostri sensi come non siete riusciti fino a questo momento nemmeno con le triple A del 2023? Bene, allora date una lettura veloce a questa recensione di Gray Dawn e poi fiondatevi a guardare i trailer dalla pagina Steam del gioco, perché l’esperienza ludica cucita e ritagliata da Interactive Stone ha tutte le carte in regola per sorprendervi.
Gray Dawn – Recensione
Il viaggio di Padre Abraham
Partiamo col dire che Gray Dawn ha davvero qualcosa a che fare con il Natale, visto che l’avventura è ambientata proprio alla Vigilia dell’evento più importante del Cristianesimo, anche se un po’ lontano dai nostri tempi considerato che il contesto viaggia negli ultimi scampoli del 1920. Il protagonista delle vicende è un prete in qualche modo coinvolto con l’esorcismo (o perlomeno piuttosto preparato sul tema) ed accusato di aver ucciso un suo collaboratore. L’incipit della vicenda si fonda dunque sulla volontà del protagonista di raccogliere prove sufficienti a scagionarlo da queste accuse infamanti, ma ben presto capiremo che si tratta solo di un pretesto. Leggendo la descrizione del gioco, gli sviluppatori non si nascondono dietro scuse: si tratta di un titolo in cui parole come “blasfemia”, “religione”, “diavolo”, “inferno” e “paradiso” si fondono in un’unica esperienza videoludica, e non è assolutamente esagerato. I toni narrati in Gray Dawn rispecchiano esattamente queste keyword, proponendo un viaggio nella fantasia di Padre Abraham, il prete protagonista, che lo vedrà attraversare paure, riti religiosi più o meno ammessi nella sfera ecclesiastica e tantissimi riferimenti appartenenti ai quadri dell’inferno, dell’esorcismo e dell’evidente blasfemia. Sia ben inteso però, che da parte degli sviluppatori non c’è assolutamente la diretta voglia di offendere qualsivoglia credo religioso, né di aver voluto creare un’opera irrispettosa o blasfema per la sola motivazione di esserlo. A partire dalla già citata descrizione del titolo (“…These moments of madness depict gore, repulsion towards God, and sometimes even the voice of the devil…”, ndr) che funge da disclaimer mettendo nero su bianco questo aspetto, i contenuti vengono presentati con rispetto sotto forma di pensieri ed interpretazioni di Padre Abraham nei confronti delle vicende che sta vivendo o immaginando, secondo le sue convinzioni e debolezze rispetto alla religione e alle figure che ruotano attorno. In questo viaggio emotivamente molto forte per il protagonista, dipinto come un “horror psicologico” in piena regola, c’è anche spazio per una buona dose di misticismo che si prende il compito di spiegare, se non addirittura giustificare, tutto quello che andremo a vivere nei panni del malcapitato prete.
Dal punto di vista di gameplay, Gray Dawn si presenta al videogiocatore come un’avventura in prima persona piuttosto lineare, in cui l’utente non deve fare altro che avanzare e superare qualche semplice enigma ambientale. Non c’è alcuna forma di game over, non ci sono veri e propri collezionabili, non è particolarmente pauroso nonostante si etichetti come “horror”, e anche gli enigmi sono banali. In una formula così semplice, viene anche da sé immaginare che la longevità non può superare le 2-3 ore massimo, ed infatti la durata è esattamente quella, senza alcuna motivazione ludica nella sfera della rigiocabilità. Trattandosi, poi, di un titolo indie a basso budget, anche il comparto tecnico non riesce a superare la valutazione di “buono” tra la parte grafica e quella sonora, con una menzione d’onore soprattutto per l’ispirazione artistica che evidenziano i momenti chiave della storia, dei rituali e dei messaggi che il gioco vuole passare ai suoi giocatori.



