Dopo un’attesa leggendaria di ben 13 anni, fatta di annunci, silenzi e ripartenze, finalmente la base lunare abbandonata progettata da Lunar Software e Raw Fury accoglie i suoi fan. ROUTINE non è un semplice horror spaziale: la sua estetica retro-futuristica ispirata agli anni ’80, unita a meccaniche tese all’esplorazione, al mistero e alla sopravvivenza, lo rendono un prodotto distinto nel panorama indie. Per alcuni è il seguito spirituale di Alien: Isolation, per altri quello di SOMA, ma in realtà parliamo di un’opera dotata di un’anima tutta sua, pulsante e coinvolgente fin dalle prime battute, anche più dei titoli sopracitati. Il team dietro al gioco è piccolissimo, quasi artigianale, eppure il risultato finale riflette una cura maniacale per atmosfera e dettaglio. La base lunare, i corridoi dalle luci tremolanti, i terminali CRT, le stazioni abbandonate evocano una visione del futuro nostalgica e inquietante. Questa scelta estetica si sposa perfettamente con un gameplay che privilegia l’immersione, la tensione e l’esplorazione ragionata, piuttosto che il semplice sparare o correre. ROUTINE esce in un momento in cui l’horror narrativo e d’atmosfera sta tornando di moda, offrendo una proposta che punta su ansia, claustrofobia e curiosità.
ROUTINE – Recensione

Corpi vuoti e corridoi silenziosi
ROUTINE ci trasporta in una stazione lunare abbandonata, un luogo che un tempo pulsava di vita e tecnologia, ma che ora è immerso in un silenzio inquietante. Non c’è musica allegra, non c’è folla, non c’è quotidianità: solo corridoi in penombra, stazioni di ricerca vuote, alloggi degradati, un centro commerciale fantasma e impianti malfunzionanti. L’atmosfera domina: ogni porta cigola, ogni monitor lampeggia, ogni eco sembra un segnale di pericolo. Tu – un personaggio senza nome, un cosmonauta o un tecnico – arrivi per capire cosa sia successo, spinto da una missione che lentamente si trasforma in un incubo personale. Non è certo l’incipit più originale per il genere, ma la storia ha un approccio volutamente minimalista: non troverai cutscene da blockbuster, ma note lasciate su terminali, registrazioni audio, file corrotti, schermi che raccontano a sprazzi la caduta di quella che fu una stazione prospera. Il racconto si svela pezzo dopo pezzo, mentre esplori le aree contrastanti della base: gli alloggi ormai in rovina, le aree centrali – forse un centro commerciale di lusso dedicato agli abitanti della Luna – le stazioni di ricerca, i corridoi industriali e le zone meno strutturate. Ogni ambiente contribuisce a delineare un passato, una funzione, un senso di familiarità ormai perduto.
Non ci sono personaggi “viventi” nella classica accezione: non amici da salvare, non civili da proteggere, non compagni da reclutare. I “personaggi” qui sono tracce, ombre, ricordi registrati su supporti digitali. Ciò rafforza l’isolamento e il peso della solitudine. Qualunque interazione si riduce a porte da aprire, dati da decifrare, registrazioni da ascoltare e anomalie da evitare. Questo minimalismo narrativo significa che la durata dell’arco narrativo non si misura solo in ore di gioco, ma anche in quanto vuoi indugiare su ogni corridoio, su ogni dettaglio: completare la “trama principale” può richiedere un tempo relativamente contenuto, ma esplorare ogni angolo, raccogliere ogni registrazione e ogni segreto può estendere notevolmente l’esperienza.
Il contesto che emerge è quello di una tragedia silenziosa: qualcosa è andato storto nella base, forse un esperimento, un incidente, un fallimento della sicurezza. Ma la verità è frammentata, nascosta dietro vetri rotti, monitor offuscati, corridoi allagati o in rovina, schede di sistema corrotte. ROUTINE riesce a far sentire allo stesso tempo la vastità e la solitudine di uno spazio infinito e la claustrofobia di una struttura che ti stringe, ti nasconde ogni via d’uscita e ti tiene prigioniero del passato.

Ombre e panico
ROUTINE gioca su un equilibrio delicato tra horror, esplorazione, stealth e sopravvivenza. Dal momento in cui entri nella base lunare il gioco ti mette davanti a una regola chiara: qui non sarai un soldato con armi letali, ma un esploratore vulnerabile, un sopravvissuto che deve capire come muoversi in una struttura ostile, dove ogni suono, ogni ombra e ogni corridoio possono nascondere un pericolo. La meccanica principale su cui ruota tutto è l’esplorazione: corridoi stretti, stanze semibuie, ventilazioni, aree bloccate, sezioni da ricontrollare. Non ci sono waypoint, minimappa o indicazioni facili: l’orientamento è parte dell’esperienza. Serve osservare, studiare ambienti, leggere console, interpretare registrazioni, cercare risorse, capire dove andare. Questo rende ogni passo un rischio e ogni scoperta un atto di sopravvivenza.
Il giocatore è equipaggiato con il Cosmonaut Assistance Tool (C.A.T.), un classico strumento multiuso che serve per interrogare terminali, decifrare dati, navigare ambienti, attivare sistemi, magari accendere luci, ma anche per difendersi come ultima risorsa. Non è un’arma da sparo: è un utensile, un’ancora in un mare di silenzio. Quando incontri un pericolo – e in ROUTINE spesso accade – non è detto che riuscirai a combatterlo. La maggior parte delle volte l’unica opzione sensata è correre, nascondersi, aspettare che la minaccia passi. Questo approccio induce tensione e fa capire che la tua sopravvivenza non dipende dalla potenza del fuoco, ma dall’ingegno, dall’attenzione e dalla pazienza. La progressione del gioco non è tradizionale: non abbiamo livelli da scalare a suon di punti esperienza o alberi di abilità; qui, crescere significa imparare la Zona – capire come muoversi, ricordare i percorsi, interpretare le registrazioni, usare il C.A.T. al meglio, gestire risorse limitate. Ogni vittoria è mentale: persistente, nervosa. Non c’è certezza, solo sensibilità e istinto. Questo rende ROUTINE un’esperienza personale, psicologica, in cui il senso di vulnerabilità è reale e costante.
Tuttavia, il gameplay ha anche dei limiti. Il ritmo lento e l’assenza di combattimento “risolutivo” possono deludere chi cerca adrenalina o sparatorie frenetiche. La struttura stealth-survival può risultare ripetitiva: spesso si rischia di ritornare su aree già esplorate, dover fare avanti e indietro, magari cercando risorse o tentando di decifrare un enigma. L’assenza di checkpoint o salvataggi facili (o comunque la mancanza di aiuti troppo evidenti) può risultare frustrante, soprattutto se muori dopo ore di esplorazione – il senso di “penalità dura” è reale. Poi c’è la questione dell’intelligenza artificiale e della varietà delle minacce. Le nemesi robotiche (o qualunque entità ostile) inizialmente tendono a generare tensione, ma con il tempo possono diventare prevedibili, portando a situazioni di “nascondino monotono” piuttosto che a scontri veramente imprevedibili o ricchi di coinvolgimento. In un titolo che punta sull’atmosfera e sul mistero, questo può tradire un po’ delle promesse iniziali: la paura diventa routine, e la routine può spegnere l’effetto sorpresa.
Infine, la dipendenza totale dall’atmosfera – audio, luci, ambientazione – implica che se lo scenario non funziona (se le luci sono piatte, se il ritmo cala, se il suono non riesce a trasmettere minaccia) l’esperienza può perdere gran parte del suo fascino. E, no, non tutte le scene sono realizzate con la stessa efficacia. ROUTINE non è, quindi, per tutti: è un horror da sussurri e passaggi silenziosi, non da urla e fragorosi colpi di scena.
Nel complesso, il gameplay di ROUTINE è una proposta coraggiosa: lenta, angosciante, spesso spietata. Se sei disposto a vivere la paura come sensazione costante, a esplorare con cautela e a sopportare l’ansia dell’ignoto, troverai un’esperienza rara. Se invece cerchi ritmo, certezza o azione continua, potresti restare deluso.
Pallido bagliore lunare
Dal punto di vista tecnico, ROUTINE punta tutto sull’atmosfera. Il motore scelto è moderno, e il design estetico – con citazioni tecnologiche anni ’80: schermi CRT, interfacce analogiche, ambienti devastati e impianti obsoleti creano un senso di nostalgia e inquietudine. Le texture sono ispirate a un futuro immaginato da decenni, con neon sbiaditi, metalli corrosi, cavi scoperti, tubazioni arrugginite, corridoi stretti e stanze semiabbandonate. I passaggi tra luce e ombra, i riflessi tremolanti, l’illuminazione intermittente e l’uso sapiente del buio contribuiscono a costruire un’atmosfera pesante, tesa, in cui il pericolo può nascondersi dietro ogni angolo. L’audio svolge un ruolo fondamentale: i suoni ambientali – scricchiolii metallici, tubi che colano, monitor che crepitano, silenzi opprimenti – sono calibrati per entrare nella pelle. L’assenza di UI invasiva, la diegeticità del suono, la rappresentazione del corpo del personaggio aiutano a immergersi completamente. Non c’è musica epica: c’è silenzio, c’è il respiro, c’è l’attesa. Questo minimalismo sonoro – che può essere un limite per chi preferisce colonna sonora intensa – diventa invece arma narrativa per il gioco.
Tecnicamente, il gioco è ben realizzato, nei limiti di un prodotto a basso budget: le ambientazioni sono coerenti, la base appare viva nei suoi dettagli decadenti, e la lentezza voluta lascia spazio all’interpretazione e all’esplorazione. Non risultano problemi evidenti di crash o glitch massicci, almeno nelle versioni testate; il framerate è stabile, i caricamenti non troppo lunghi, e il motore regge bene anche ambienti complessi, con luci dinamiche, effetti volumetrici e dettagli ambientali. Tuttavia, la fedeltà grafica e l’atmosfera hanno un costo: a volte le aree più dettagliate possono render l’orientamento difficile – corridoi simili, ambienti labirintici e poca guida visiva rischiano di disorientare e confondere il giocatore. In un gioco che già predilige la lentezza, perdere tempo per capire dove andare può spezzare il ritmo e diminuire la tensione. Inoltre, la dipendenza totale dall’audio e dal design ambientale significa che giocare in condizioni non ideali (cuffie non ottimali, TV o monitor poco contrastati, ambiente rumoroso) può compromettere gran parte dell’esperienza.
In definitiva, anche dal punto di vista tecnico ROUTINE è un’esperienza in bilico: se tutte le componenti tecniche lavorano in armonia – grafica, suono, design, illuminazione – e sono in grado di prenderti, il risultato è immersivo, inquietante, memorabile. Se invece uno di questi elementi vacilla, vuoi per limiti tecnici o per gusti, il rischio è che l’atmosfera collassi. Ma per un progetto indie – nato da un team minuscolo con passione e dedizione – il risultato tecnico è notevole, dimostrando che è possibile creare un horror credibile, intenso e stilisticamente coerente senza budget da tripla A.

